L’Eurasismo o eurasiatismo è una dottrina geo-politica nata al principio del Novecento, nell’àmbito dell’emigrazione russa in Occidente: il suo principale esponente fu il principe russo-lituano Nikolái Trubetskói. Tale teoria rappresentava la risposta di una parte della cultura russa di fronte alle problematiche sollevate dai movimenti culturali del pan-slavismo, da un lato, che auspicavano un’integrazione della Russia con i popoli occidentali, e del pan-europeismo, dall’altro.

La teoria pan-europea era allora incarnata dal conte austriaco Coudenhove-Kalergi, anch’egli attivo a Vienna, negli stessi anni in cui nell’ex-capitale imperiale asburgica insegnava il principe Trubetskói. Soprattutto rispetto alla teoria pan-europea, l’Eurasiatismo si propone – ed oppone – come alternativa: infatti, se nelle concezioni europeiste o pan-europee, allora come oggi tanto in voga, la Russia era vista come un’appendice orientale dell’Europa occidentale, liberale e capitalista, l’Eurasiatismo rivendica l’originalità della cultura russa e la centralità del mondo russo, posto al centro del continente Eurasia.

Da qui deriva anche la doppia natura del movimento eurasiatista, posta ben in evidenza dal professor Alexandr Dugin nelle sue pubblicazioni: movimento geo-politico, da un lato, e politico-filosofico, dall’altro. Come dottrina filosofica, l’Eurasiatismo, infatti, rifiuta la concezione liberale e capitalista, nata nell’Occidente europeo, come effetto della secolarizzazione del cristianesimo latino-germanico, e definitivamente impostasi come ideologia dominante e pretesamente “universale”, a sèguito delle tre grandi rivoluzioni occidentali: l’inglese, l’americana e la francese.

Il barone Julius Evola

In particolare, il prof. Dugin, seguendo in ciò l’insegnamento della scuola filosofica tradizionalista europea, con evidenti analogie con i tradizionalisti spagnoli (Juan Donoso Cortés, José Primo de Rivera, Francisco Elías de Tejada) ed italiani (Julius Evola), mette in luce i limiti filosofici e le aporie concettuali del liberalismo. Infatti, se è pur vero che il liberalismo si qualifica come individualismo, volendo rivendicare la pretesa libertà dell’individuo, altrettanto vero è che i due concetti di libertà e individuo, in esso, si riducono a mere e vacue astrazioni.

Infatti, nella realtà concreta non esistono individui puri, come li vorrebbe il liberalismo, ma semmai persone, al centro di plurime relazioni sociali: l’individuo, ovvero, non è mai individuo assoluto, ma è sempre individuo di una data razza o etnia, di un determinato sesso, con una particolare età, facente parte, come genitore o figlio, di una determinata famiglia, professante una particolare religione, ed esercente uno specifico lavoro o dispiegante comunque una peculiare attività sociale.

Ed ecco che, allora, di contro al liberalismo individualista e livellatore, l’eurasiatismo si erge a difensore delle differenze e del pluralismo. Qui, però, va prevenuto l’equivoco ed evitato l’errore di cadere nella via senza uscita del relativismo filosofico e morale: il prof. Dugin, infatti, ha più volte precisato che il pluralismo non va inteso in termini assoluti; esso è contingente e può essere superato ed integrato, ma “al vertice”, da quelle élites intellettuali, che per avere una conoscenza davvero universale delle varie tradizioni etniche, possano realmente raggiungere una visione superiore ed assoluta.

A tal proposito, l’intellettuale moscovita suole anche fare riferimento alla concezione tradizionale e tripartita dell’umanità; per Alexandr Dugin, non esisterebbe un vero e proprio pluralismo relativista delle civiltà, ma semmai una tripartizione, che egli individua, ricorrendo alla mitologia greca: esisterebbero, cioè, culture apollinee (Apollo), dionisiache (Dioniso) e cibeliche (Cibele).

Ma questa tripartizione, in fondo, corrisponde a quella tradizionale gnostica, che distingue gli uomini in pneumatici, psichici ed ilici, come anche a quella indù dei tre guna: satva, rajas e tamas.

È la stessa concezione esposta anche dai filosofi greci e da Platone nella sua Repubblica, dove gli uomini appaiono divisi nelle tre classi dei Sapienti, dei Guerrieri e dei Lavoratori, secondo la prevalenza in essi, rispettivamente, dell’anima razionale, dell’anima irascibile o di quella concupiscibile.

La stessa tripartizione si trova, poi, nei padri cristiani: San Paolo, ad esempio, afferma che l’uomo è composto da Spirito, Anima e Corpo e, secondo Meister Eckhart, la prevalenza di uno dei tre elementi sugli altri due, determinerebbe la peculiare natura di ciascuno, quella che gli Indù definiscono svadharma.

Alla luce di quanto esposto e di queste premesse, possiamo con una certa fiducia accostarci alla teoria eurasiatista ed auspicare che, nelle drammatiche contingenze odierne, possa rappresentare il preludio della nuova aurora, la nuova luce che sorgerà al termine dell’attuale Kali-Yuga.

Cesare Carlo Torella di Sanleucio

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