Solo ieri scrivevamo del risultato delle elezioni presidenziali francesi e della mancanza, per il Front National, di caratteristiche trasversali in grado di catturare il voto di protesta “oltre destra e sinistra”, come era invece nelle intenzioni di Marine Le Pen fin dal suo approdo alla leadership del movimento in luogo del padre Jean Marie.

Il risultato del voto di domenica 7 maggio apre quindi una nuova prospettiva per il Front National e in generale per i movimenti identitari europei. Una prospettiva o, se vogliamo, un bivio. Di fronte al Front e in genere a tutti questi movimenti, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia nel caso italiano, si pongono infatti due alternative.

La prima è quella, nel tentativo di assurgere in futuro a ruoli di governo, di una caccia a un voto di protesta trasversale, quello per intenderci ad oggi rappresentato dal Movimento 5 Stelle. Una trasformazione in questo senso tuttavia imporrebbe la rinuncia anche solo parziale alle tematiche più strettamente identitarie a fronte di esiti elettorali comunque incerti.

Marine Le Pen: pronta una svolta gollista per il FN?

La seconda possibilità è invece quella di una svolta “gollista” per il Front National o, per gli altri movimenti identitari europei, quella di un’alleanza con i partiti conservatori moderati, al fine di cercare uno sdoganamento a destra. Questa ipotesi è sicuramente ad oggi la più sensata e la più percorribile poiché consentirebbe a questi partiti di non retrocedere di fronte ai valori fondanti (immigrazione, temi etici), fornendo nel contempo nuove prospettive (la critica della globalizzazione finanziaria ad esempio) ai gruppi conservatori o, per usare una terminologia italiana, di centrodestra.

L’esempio di successo è quello americano di Donald Trump che, pur se originariamente indipendente dai partiti, ha poi scelto di appoggiarsi al Partito Repubblicano attraendo verso questo tutto quel mondo dell’Alt-right che fino a quel momento era stato tenuto ai margini della grande politica.

Il premier ungherese Viktor Orban
Recep Tayyip Erdogan

Altri esempi, pur se con fattori di partenza diversi, sono quelli del movimento Fidezs di Viktor Orban in Ungheria, appartenente al gruppo del Partito Popolare Europeo, o il partito di governo di Vladimir Putin in Russia, United Russia, ma anche il partito turco di Recep Tayyip Erdogan che, partendo da piattaforme moderate, hanno progressivamente accolto e quindi realizzato contenuti a carattere identitario. La destra, dunque, inquadrata nell’ambito di un centrodestra di governo, può ambire a fornire a quest’ultimo i suoi contenuti e le sue visioni.

Tale ragionamento, se osserviamo lo scenario italiano, troverebbe d’altro canto un terreno estremamente favorevole dato che molti temi cari ai movimenti identitari, come la lotta all’immigrazione o certe misure in campo economico, come la moneta complementare, hanno già trovato spazio nel centrodestra più tradizionale.

Ad oggi sono dunque queste due le prospettive per il variegato mondo identitario che aspira ad ottenere responsabilità di governo. Tertium non datur, direbbero i latini. A meno che queste realtà vogliano abdicare a qualsiasi possibilità di influire sul futuro dell’Europa nel nome di una purezza ideologica velleitaria, dimostrando così l’incapacità di cogliere un fatto palese: la contingente condizione di una società europea ormai totalmente assuefatta alle logiche da pensiero unico del mondialismo globalista e progressista di sinistra. Mondialismo cui, rinunciando a un’alleanza con le più rappresentative forze del conservatorismo tradizionale e moderato, i movimenti identitari consegnerebbero l’Europa fino a data da definire.

 Cristiano Puglisi

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