Chi comprende le dinamiche del simbolismo non può ignorare il fatto che il luogo prescelto dal neo eletto presidente francese, Emmanuel Macron, per celebrare la vittoria, con oltre il 60% delle preferenze, sia stata la piramide di Ming Pei posta di fronte al museo del Louvre. Come non è possibile ignorare la scelta dell’”Inno alla gioia”, canzone ufficiale dell’Unione Europea, come sottofondo musicale anziché la consueta Marsigliese, inno nazionale francese.

Una piramide massonica, simbolo mondialista per eccellenza e un inno sovranazionale. Il senso di Emmanuel Macron, per chi mastica di metapolitica, è tutto racchiuso qui. Il giovane ex banchiere è un semplice avatar del progetto mondialista e finanziario, un Mario Monti in versione 2.0. Come lo ha felicemente definito un recente articolo de “Il Primato Nazionale”, Macron è semplicemente “il nulla con la Banca Rothschild intorno”.  Un nulla che ora, come ha scritto l’attento Maurizio Blondet, si appresta a  “diventare il campione del pop-futurismo, trasformare i francesi nei nomadi ideali alla Attali (Jacques Attali, economista francese e mentore di Macron, nda): una classe di precari che ha acquisito qualche competenza e un inglese passabile, ma, manca di impiego stabile, di una professione affidabile, di un vero salario e di un avvenire”. “Attorno a Macron – scrive ancora Blondet – s’è formato, ed è grandissimo, ‘il partito unico della mondializzazione felice, dell’Europa post-nazionale, dell’ideologia diversitaria’ (Mathieu Bock-Coté), quella   per cui nozze gay,  invasione di immigrati, eutanasia, insegnamento del gender  negli asili,  utero in affitto e cambi di sesso sono Il Progresso”.

Marine Le Pen, Front National

Una tesi questa che la sconfitta Marine Le Pen ha più volte cercato di sottoporre all’attenzione dell’elettorato. Ma sono stati sforzi vani. Questo perché l’elettore medio non capisce nulla di politica, economia, scienze sociali. Figuriamoci di tematiche che lambiscono la metapolitica e la metaeconomia.

Una delle principali pecche di un movimento ingiustamente definito “populista” come il Front National, che ha una storia quarantennale e aveva un programma elettorale preciso che nulla aveva a che fare con la semplice protesta o con scontate esigenze di comunicazione elettorale, è stata paradossalmente proprio quella di non riuscire ad arrivare alla “pancia” dell’elettorato francese.

E questo è un monito per tutti i movimenti che, in Europa o in Occidente, vogliono tentare di opporsi al sistema ideologico tecnocratico e mondialista. I normali cittadini, quelli che non si occupano di politica, quelli che la sera non passano le ore sul web ad abbeverarsi alle fonti di informazione alternative o non allineate, hanno altri problemi.

Spesso risucchiati in una quotidianità sempre più complessa, resa sempre più frenetica dalle logiche di una società “mcdonaldizzata” e “uberizzata”, semplicemente queste persone, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione, non seguono i retroscena della politica perché non hanno il tempo materiale o anche la cultura di base per informarsi su questi. E’ un dato di fatto. Queste persone hanno come unica fonte informativa i media mainstream: giornali, radio e televisioni che costituiscono in tutto l’Occidente i cani da guardia del pensiero dominante. E questi media, in Francia, erano, come prevedibile, tutti schierati contro la Le Pen, impegnati a demonizzarne il passato post-fascista con parole chiave come “estrema destra”, “razzismo”, “xenofobia” e via discorrendo con tutto il classico corollario di accuse benpensanti che, quelle sì, sono state indirizzate alla pancia più che al cervello dei francesi. Riuscendo, alla fine, nel loro intento.

Con il senno di poi si può dire che era forse prevedibile che un movimento non improvvisato, come il Front National, ma ancora legato a un’identità ben precisa e le complesse argomentazioni socioeconomiche da esso proposte (scontro politico passato da “sinistra contro destra” ad “alto contro basso”, superamento della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, tutela dell’identità francese da un’immigrazione omologante) non potessero fare breccia nella parte meno attenta di una popolazione che alla fine ha preferito scegliere l’abbraccio consapevole con il carnefice piuttosto che superare vecchi orizzonti politici e tentare una svolta coraggiosa.

Paradossalmente, e l’Italia ne è un esempio lampante, al Front National è mancata quella dose di populismo sicuramente volgare, incolto e de-ideologizzato che caratterizza invece un partito come il Movimento 5 Stelle. Un partito senza passato, senza riferimenti culturali precisi, ma che denuncia problematiche sentite dalla gente in base agli umori e alle notizie del momento e che è quindi in grado di arrivare direttamente al ventre di quell’elettorato che non sa nulla di globalizzazione, poteri finanziari, lobby e nel contempo nulla sa di ideologie politiche a parte una generica distinzione tra “destra” e “sinistra”, ma che invece sente erodere i propri diritti e il proprio benessere. Se era questo l’elettorato che la Le Pen cercava (ed era questo) un populismo troppo identitario e poco trasversale non poteva pagare. Soprattutto se raffrontato al populismo mondialista, ma trasversale, del suo rivale.

Marine Le Pen ha dimostrato di aver compreso questa lezione, annunciando subito dopo la sconfitta che il Front National probabilmente cambierà nome e identità, passaggio visto evidentemente come necessario per proseguire la crescita avuta fino ad oggi. E forse questo triste destino accomuna un po’ tutti i movimenti che hanno una storia e un’identità ben precisa. Nell’era dell’eterno presente dozzinale e quantitativo anche il passato, per “cavalcare la tigre” della contemporaneità e delle sue logiche, va (purtroppo) cancellato.

Cristiano Puglisi

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