Il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping

Gli equilibri della politica internazionale e di quella che può essere tranquillamente definita come la nuova “Guerra Fredda” passano simbolicamente in questi giorni da due città lontane migliaia di chilometri: Pyongyang e Parigi. La capitale della Corea del Nord è al centro della cronaca delle ultime settimane per le crescenti tensioni con gli Stati Uniti, ultimo episodio l’invio da parte di Washington di un sottomarino nucleare, mentre la capitale francese è il teatro delle elezioni presidenziali ed è stata la scena dell’ultimo violento attacco del terrorismo jihadista, con l’uccisione di un agente di polizia sugli Champs Elysees.

Eppure, a fronte di un terrorismo islamista che non lascia tregua nel cuore del continente europeo (basti pensare che lo scorso anno il premier francese Valls aveva indicato in 1300 i terroristi pronti a colpire nel Paese), l’Occidente, ricompattato dalla svolta guerrafondaia dell’Amministrazione Usa, rivolge le proprie minacce a uno Stato lontano migliaia di chilometri, la Corea del Nord, guidato da un dittatore folkloristico, Kim Yong Un, che utilizza la propria aggressività verbale come strumento di propaganda per mantenere il consenso del popolo nei confronti di un regime con caratteristiche ormai monarchiche.

È questo il “nuovo corso” di Donald Trump, quello che in campagna elettorale gridava a gran voce “America first” e che invece ha, in meno di due mesi, completato il proprio voltafaccia nei confronti dell’elettorato, cedendo su tutta la linea alla vecchia guardia neocon del Partito Repubblicano e rinnovando la stagione di ostilità nei confronti di Russia e Repubblica Popolare Cinese e utilizzando Siria e Afghanistan, due nazioni sovrane, come poligono di tiro per minacciare Mosca e Pechino.

La giravolta di Trump può trovare una spiegazione nell’isolamento in cui si era trovato il presidente Usa alla fine di marzo, momento che lo aveva visto costretto a ritirare la riforma sanitaria che avrebbe dovuto sostituire l’Obamacare per mancanza di supporto da parte del Partito Repubblicano. In particolare a ostacolare la riforma era stato il gruppo del Freedom Caucus, gli ultraliberisti del Great Old Party, che non avevano gradito le nuove forme di regolamentazione che Trump avrebbe voluto introdurre.

Ecco che, a quel punto, sono arrivate nel giro di pochi giorni la sostituzione di Steve Bannon in seno al Consiglio di Sicurezza nazionale e la completa giravolta in politica estera sulla Siria, servite a Trump per riguadagnare la fiducia del partito. Già in precedenza il presidente statunitense era stato costretto a sostituire il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn sulla scia del “Russiagate”, lasciando così via libera al Segretario di Stato Rex Tillerson, CEO della Exxon Mobil e quindi cavallo di Troia del complesso petrolifero-logistico-militare all’interno dell’amministrazione. Un complesso questo che ha un rapporto pluridecennale con quei Paesi del Golfo arabo, Arabia Saudita e Qatar in testa, che ritengono indispensabile un cambio di regime in Siria e che appoggiano, come è noto, le milizie jihadiste.

La pressione sulla Corea del Nord, peraltro preannunciata da anni di bufale mediatiche sul regime diffuse in Occidente anche dalla stampa più autorevole, può essere quindi letta nel senso di una rinnovata volontà di minacciare i principali avversari di questo fronte: la Cina e la Russia, per tentare di far riguadagnare agli Stati Uniti quel ruolo di unica potenza globale ereditato dal crollo del blocco sovietico e costringere i rivali a ripiegare su un ruolo di potenze regionali, arginandone l’influenza in Medio ed Estremo Oriente. Non è infatti un caso che, in questi ultimi giorni e parallelamente alla propria azione diplomatica, proprio Russia e Cina abbiano mobilitato le truppe al confine con la Corea del Nord. In particolare è da notare che il Governo di Pechino ha un patto di mutuo soccorso con Pyongyang dagli anni ‘60, patto che le impone l’intervento militare qualora il Paese sia attaccato. Non vanno inoltre ignorati la partnership e i rapporti militari della Corea settentrionale con la Siria, con cui i primi scambi datano addirittura al 1966, con l’Iran e le milizie sciite di Hezbollah, che proprio in Siria contrastano a fianco delle truppe di Damasco e dei russi i ribelli jihadisti.

Chi in questo momento sta dettando l’agenda di Trump sa bene che la “Guerra Fredda” è molto più che un spettro utile alla stampa per titoli sensazionalistici e che la definizione dei due blocchi di potenze in causa, da un lato l’Occidente a guida americana, alleato ai Paesi del Golfo arabo e a Israele e guidato politicamente dall’alta finanza, dall’altro l’Eurasia sino-russa-iraniana, è netta. Il blocco eurasiatico, di cui la Cina è il motore economico e la Russia quello militare, è una potenza globale che Washington sta cercando di far vacillare costringendo i suoi componenti a una delicata azione diplomatica su Kim Yong Un, azione necessaria per evitare di ritrovarsi una guerra sul ciglio della porta di casa.

Il dittatore nordcoreano Kim Yong Un

A Pechino e a Mosca uno stato cuscinetto frapposto con la filo-occidentale Corea del Sud serve eccome e, probabilmente, un cambio di regime interno è un’eventualità che Pechino sta vagliando. Da parte di Mosca sono arrivate le condanne all’atteggiamento aggressivo della Corea, primo segnale al Governo di Pyongyang di non oltrepassare la “linea rossa”. Anche perché questa volta oltrepassare la linea e cedere ai ricatti statunitensi significherebbe rischiare l’innesco di un conflitto globale, di quella Terza Guerra Mondiale che russi e cinesi vogliono assolutamente evitare.

Tornando alla Francia, è proprio in questo Paese che sta avendo luogo un altro episodio significativo di questa “Guerra Fredda”. Sono infatti noti i rapporti tra la Russia di Putin e il Front National di Marine Le Pen, che accederà al ballottaggio presidenziale del prossimo 7 maggio contro il fino a ieri semisconosciuto Emmanuel Macron. Eppure, se quest’ultimo ha raccolto dopo il risultato del primo turno un supporto unanime dai partiti tradizionali anche di centrodestra (pur essendo il Macron un ex esponente del Governo di sinistra di Valls), contro la Le Pen, rea di voler portare la Francia fuori dall’Unione Europea, è partita un’opera di demonizzazione mediatica senza precedenti.

I motivi sono evidenti. Macron, ex enfant prodige della finanza transalpina ed ex dirigente della Banca Rothschild, di proprietà dell’omonima famiglia che ha di fatto creato il moderno sistema finanziario, è frutto di una sapiente operazione di marketing politico da parte dell’establishment europeo e occidentale, che data la crisi dei partiti tradizionali e in particolare del Partito Socialista ha dovuto appoggiare un candidato esterno alle logiche classiche. Sì perché, fino a pochi mesi fa, il successo della Le Pen sembrava probabile e con esso il riposizionamento della Francia rispetto non solo agli equilibri europei, ma anche alla Nato, oltre ovviamente al completo ripensamento della struttura economica nazionale, oggi come in tutti i Paesi dell’Europa occidentale strettamente legata alle logiche della finanza virtuale più che alle necessità dei ceti produttivi e dei lavoratori.

Ovviamente questo sarebbe stato un problema per le elites tecnocratiche dominanti in Europa e così il potente complesso finanziario globalista ha trovato il “cavallo” su cui scommettere. Macron, appunto.

Cristiano Puglisi

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