Il “leader dell’opposizione in Russia” Alexey Navalny si fa un selfie dal carcere. Tipica situazione da “brutale repressione”…

“Sono stato in Siria due volte negli ultimi tre mesi e probabilmente ci ritornerò, non ho più voglia di credere alle bugie preconfezionate che i giornali-finanza ci propinano ecco perche questa riflessione. Ho trovato un paese distrutto e un governo che cerca disperatamente di creare un percorso costituente. Oggi invece una notizia rimbalzata da tutti i media ci annuncia una terribile strage di bambini a opera guarda caso da parte sempre di Assad, incredibile caso di autolesionismo da parte di un governo che sta vincendo una battaglia sul terreno e improvvisamente impazzisce e usa i gas e come poi? Con aerei che non volano? Puntuale arriva la proposta dell’intervento occidentale in Siria! Con la scusa dei gas nervini, una costante già attivata nel 2013: Obama, Francia Gran Bretagna e Usa insieme al solito Erdogan con le monarchie del golfo pronte a dividere il Mondo mussulmano e la Siria tra sunniti e sciiti. Tutto ciò allora senza fare i conti con Putin che propose di consegnare sotto controllo Onu le riserve di gas nervini detenute da Assad e mise in scacco l’iniziativa dei soliti noti (i geni della Libia e delle primavere arabe). Ci furono poi le inchieste che dimostrano i il ruolo della Turchia nel sostegno ai terroristi che probabilmente fornirono il gas, ecco quindi i protagonisti sempre gli stessi turchi con Erdogan che vuole riproporre il sogno ottomano a spese della Siria prima alimentando lo stato islamico e adesso come paladino dei diritti umani, un dittatore peraltro sostenuto dai fondi europei, dall’altra francesi, inglesi tedeschi e forse americani che vogliono frenare l’influenza eurasiatica di Putin con Qatar e Arabia Saudita a soffiare sul fuoco. Da ultimo cenerentola Mogherini che svegliata dal sonno profondo se ne esce con un’illuminate dichiarazione la colpa è di Assad che non protegge il suo popolo. Incredibile!”.

Le parole sono dell’europarlamentare italiano Stefano Maullu e sono parole importanti perché dipingono in maniera cristallina la situazione degli ultimi giorni. Giorni destinati a cambiare gli equilibri della politica internazionale e purtroppo in maniera netta.

Un periodo che è cominciato con le “proteste di piazza” in Russia (in realtà poche centinaia di persone), guidate dal sedicente “leader dell’opposizione”, così lo hanno dipinto i media occidentali, Alexey Navalny. Carneade, chi era costui? Navalny in realtà, più che leader dell’opposizione, è leader di un movimento minoritario in Russia. Un movimento che però, come ha ben sottolineato dalle colonne de Ilgiornale.it Giampaolo Rossi, ha salde connessioni con l’establishment occidentale.

“È il 30 novembre del 2006 – racconta infatti Rossi – quando dall’ambasciata americana di Mosca viene inviato a Washington un documento classificato come ‘Riservato’. Il documento è redatto da Colin Cleary, allora Capo dell’Unità politico-militare dell’Ambasciata. Cleary è un diplomatico affidabile e attento studioso delle dinamiche politiche; non a caso si è specializzato al Rockfeller College of Pubblic Affair dell’Università di Albany, centro di formazione e consulenza per i governi federali e stranieri. Il suo report è un resoconto accurato e analitico dei movimenti politici giovanili attivi in Russia raggruppati per macro categorie: gruppi con base ideologica (nazionalisti, comunisti), gruppi xenofobi (skinheads e organizzazioni estremiste), gruppi sponsorizzati dal Cremlino e gruppi democratici, quelli maggiormente attenzionati dall’ambasciata perché utilizzabili per una ‘rivoluzione arancione’. Tra questi ultimi una particolare citazione merita il movimento ‘DA!’ (che in russo significa ‘SI!’ ma che è anche l’acronimo inglese di Democratic Alternative) come scrive Cleary, finanziato dal National Endowment for Democracy (NED)”.

Inutile dire che Democratic Alternative fu fondata nel 2005 proprio dal prode Navalny, “prodotto di laboratorio” delle elites finanziarie statunitensi, dato che nel 2010 figurò all’interno del “Maurice Greenberg World Fellow Program”, un progetto volto a “formare” giovani leaders e capeggiato da Maurice Greenberg in persona, ex consulente di ricettacoli mondialisti quali Bilderberg, Council of Foreign Relations e Rockfeller University.

Ovviamente le grida allo “scandalo” dei media occidentali per la “brutale repressione” del Governo di Mosca si sono ancora una volta rivelate sciocchezze preconfezionate, tanto che la pena inflitta a Navalny si è risolta in 15 giorni di carcere e 300 euro di multa. Se qualcuno avesse provato a fare lo stesso a Washington probabilmente se la sarebbe passata molto peggio.

L’attentato a San Pietroburgo

Curiosamente a poche ore dall’arresto di Navalny è arrivato il secondo “regalo” per il Governo di Putin. Si fa ovviamente riferimento all’attentato nella metro a San Pietroburgo, costato la vita a 14 persone e opera di un islamista del Kyrgyzstan. Sì un islamista, di quelli che l’Occidente, l’Unione Europea e i loro alleati Arabia Saudita e Qatar hanno definito “ribelli moderati” o “democratici” in Siria e durante le varie “primavere arabe”.

Il vergognoso post di Vittorio Zucconi

L’evento, anziché il solito brulicare di “je suis” e gessetti colorati, ha scatenato in Occidente reazioni inqualificabili. In Italia, ad esempio, abbiamo potuto osservare le deliranti osservazioni della stampa mainstream, che ci ha inondato di teorie complottistiche circa il rafforzamento di Putin in seguito all’attacco. A firmare queste sconcertanti prese di posizione nomi del calibro di Vittorio Zucconi (Repubblica). Singolare è che questi personaggi siano i medesimi che bollano come becero complottismo le teorie sugli auto-attentati in Europa e negli Stati Uniti. Evidentemente si può essere complottisti a fasi alterne…

Da ultimo, a chiudere una settimana nera per la politica internazionale, è arrivato l’attacco con il gas sarin in Siria a Khan Sheikhun, città nella provincia nord-occidentale di Idlib, che ha provocato la morte di oltre 80 persone, tra cui diversi bambini. Un attacco subito imputato dall’Occidente, con grande clamore mediatico, al presidente siriano Bashar Al Assad e ai russi, prima ancora del termine delle indagini internazionali (il governo di Mosca parla di un deposito di armi chimiche dei ribelli jihadisti colpito dall’aviazione siriana).

Un  versione, quella dei Paesi occidentali, figlia di un report dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani, sul quale sarebbe opportuno aprire un’ampia parentesi, dato che si tratta non di un’organizzazione ma di un singolo individuo, tal Rami Abdel Raman, il quale redige i propri reportage dal proprio appartamento inglese di Coventry, dove risiede grazie al governo britannico, come ha rivelato il New York Times. Abdel Raman, il cui vero nome è Osama Suleiman, è infatti fuggito dalla Siria 17 anni fa dopo l’arresto di due amici, affiliati alla formazione radical-islamista della Fratellanza Musulmana…

Comunque, anche volendo credere alla versione proprinata dal signor Raman, è innegabile che questa sarebbe un’assurdità strategica per un Governo, quello di Assad, che aveva appena incassato il primo timido riconoscimento da parte della nuova amministrazione americana dopo anni di rapporti tesi con gli Stati Uniti. Solo il 30 marzo infatti, pochi giorni prima dell’attacco, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson affermava che il futuro di Assad avrebbe dovuto deciderlo il popolo siriano. Da notare che già nel 2013 l‘attuale presidente Donald Trump, all’epoca lontano dall’ipotesi di una corsa presidenziale, tuonava contro la possibilità di un intervento americano in Siria. Ed ecco che allora questo attacco ad Assad appare quantomeno non casuale.

Un corrucciato Donald Trump

Non casuale perché ha costretto subito Trump a un imbarazzante dietrofront rispetto ad Assad, costringendolo così a piegarsi, lui che aveva promesso una linea politica di discontinuità rispetto ai predecessori, al deep state americano, al complesso logistico-militare, ai servizi e al complesso finanziario, che avevano, ormai è riconosciuto, enormi colpe insieme ai Paesi del Golfo nello scatenamento della crisi siriana, avendo fornito supporto strategico ai ribelli e ai jihadisti.

Il dietrofront del neo presidente americano è oggi reso ancora più plateale dalla rimozione dal Consiglio di Sicurezza Usa del suo superconsulente, l’uomo della “destra alternativa” statunitense Steve Bannon, poco gradito ai soliti falchi neocon. E mente le affermazioni a caldo di “The Donald” sull’accaduto (“la mia percezione della questione siriana e di Al Assad è cambiata radicalmente”), fanno pensare a una recrudescenza della crisi, con gli Stati Uniti che hanno paventato addirittura la possibilità di un intervento unilaterale, qualsiasi ipotesi di una linea alternativa nella politica estera da parte di Trump è venuta a crollare. Insieme, probabilmente, alla sua credibilità.

Cristiano Puglisi

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